IAR (ROMARADIO) ITALIAN MARITTIME RADIO COASTAL STATION

                                                                    (old   documentary)

Argomento: IAR (ROMARADIO)

Nessun commento trovato.

Nuovo commento

10 ANNI DI SERVIZIO DI LINO PAPPALARDO A ROMARADIO IAR

Dieci anni di Romaradio IAR 1978-1988

de IZØDDD Lino

E’ difficile scrivere qualcosa sulla stazione radio che è stata un simbolo per quasi tutti i radiotelegrafisti di bordo italiani. Per me era una leggenda, un sogno.

Vivendo a Roma, la sentivo girando la manopola della sintonia della radio casalinga o dell’autoradio, verso l’inizio della banda A.M.


Gli amici e colleghi di ROMARADIO


Entrata IAR ROMARADIO

Sulle onde corte, da ragazzo, ne ho passate di ore a seguire le conversazioni radiotelefoniche terra-bordo! Fantasticavo immaginandomi operatore radio fra coloro che consideravo fortunati, soltanto perché avevano la possibilità di lavorare in quel Centro. Chissà che apparati adoperavano, che antenne, che potenze! A volte captavo nomi di navi passeggeri famose: Achille Lauro, Angelina Lauro, Enrico C, Leonardo Da Vinci ecc. Le voci dei passeggeri che riferivano ai loro familiari le meraviglie della nave dove erano imbarcati, i posti che avevano visitato ed io, seguivo incantato quelle voci spensierate, allegre, felici, ed in cuor mio, speravo che un giorno, avrei potuto vivere le sensazioni di quella gente che girava il mondo e raccontare quelle stesse cose. Non come passeggero però, a me interessava il lavoro del radiotelegrafista. Avrei avuto la possibilità di girare il mondo e contemporaneamente svolgere un lavoro che mi appassionava. Allora credevo che fra gli operatori di bordo e quelli delle stazioni costiere, vi fosse un periodo di alternanza. Qualche mese sulle navi e qualche altro mese a terra. Mi sembrava logico che fosse così, invece la realtà era molto diversa, e anche molto più amara.
Dopo dieci anni di mare, tante cose viste e molte cose da raccontare, sentivo veramente la necessità di smetterla con quella vita da girovago. Sempre con la valigia in mano, sempre pronto a lasciare casa, moglie e figli. Non era più la vita che desideravo vivere. La famiglia era la prima cosa nella mia vita e quel lavoro che mi portava lontano, non era più adatto alle mie esigenze di marito e padre.
Il concorso delle Poste per operatore radiotelegrafista nelle stazioni radio costiere, arrivò come un raggio di sole in una notte buia. Fu la mia salvezza. Destinazione: Romaradio. Sarei entrato a far parte del personale di Romaradio.

Dopo tanti anni di lavoro, collegamenti, traffico ecc. ero consapevole di cosa mi attendesse.
I tempi in cui fantasticavo di essere un operatore radio di IAR, erano lontani, adesso dovevo fare i conti con lo stipendio che avrei percepito (statale), con la distanza tra la mia abitazione (nel frattempo mi ero trasferito ad Allumiere un paesetto sulle colline di Civitavecchia) e il posto di lavoro, i turni (H24), insomma, il risvolto della medaglia, che prima non avevo preso in considerazione, esisteva, eccome se esisteva!
Eppure dentro di me, sapevo che avrei risolto ogni cosa, che tutto si sarebbe appianato, l’importante era realizzare il sogno del bambino che ognuno di noi, malgrado l’età, ha in sé; ed il mio, piangeva, piangeva di gioia.

Proprio sull’ingresso principale, appena finito di salire i pochi scalini che innalzano dal parco il complesso squadrato, formato da blocchi di tufo a faccia vista, su in alto, c’era un meraviglioso mosaico multicolore con una frase, scritta in evidenza fra le nuvole, il cielo e l’angelo, protagonisti di quel bellissimo lavoro che sembrava posto a sentinella di chi entrava.

“Dominando lo spazio Gabriele arcangelo latore ed auspice di buone novelle ci preservi l’amarezza delle tristi”

Lo guardai ammirandone la complessità e la bellezza e mi chiesi, intanto, chi fosse l’autore di quella frase. C’era anche una specie di firma dell’artista, in basso a destra, ma la mia vista non mi permise di decifrarla. Entrai nell’edificio proponendomi di soddisfare in seguito la curiosità, ma in dieci anni di permanenza nella stazione radio, pur avendolo avuto sempre sotto gli occhi, ogni volta che entravo, non trovai mai il tempo, e a dire la verità, la voglia, di interessarmi a quel mosaico che mi aveva tanto colpito. Adesso, che non faccio più parte di Romaradio da 14 anni, adesso, che quasi non esiste più l’anima stessa della stazione, me ne pento. Come se non avessi adempiuto ad un compito, una manchevolezza, un atto incompiuto. Lo so, è sciocco pensarlo, ma la sensazione mi rimane viva ogni volta che rivedo con la mente la mia Romaradio.

Al centro dell’atrio c’era il busto marmoreo di Guglielmo Marconi e, subito dietro, il plastico di tutto il complesso realizzato su una grande tavola con ogni particolare al proprio posto. Con uno sguardo si abbracciava tutta Romaradio, antenne e parco compresi. Rimasi un attimo colpito da quanta terra ci fosse intorno all’edificio. Dall’entrata principale non mi ero reso conto dell’estensione della stazione stessa. Vi erano altri caseggiati con strutture in muratura ancora sconosciuti per me. Alzai lo sguardo dal plastico e solo in quel momento vidi le pareti rivestite di marmo verde alpino. Per un attimo mi sembrò di essere al centro di un bosco. Girando la testa e seguendo con lo sguardo i riflessi, che dalle vetrate esterne colpivano le striature del marmo, facendole a volte brillare, ebbi un piccolo capogiro, una cosa leggerissima ma che accentuò la bellezza di quell’atrio, così semplice, ma così significativo. Si sentiva il CW! Non ero neanche entrato e già il codice Morse mi dava il benvenuto! Avete mai avuto la sensazione di essere a casa propria in un luogo mai visto? In un posto in cui siete stati per la prima volta? Mai? Ebbene io mi sentivo a casa mia. Non ebbi neanche il tempo di pensare come mai avessi quella sensazione perché i colleghi mi si affollarono intorno. Mi aspettavano da 25 giorni e finalmente ero lì.

Strette di mano, abbracci. Il piacere di rivedere vecchi compagni di scuola e colleghi incontrati in vari porti del mondo, o addirittura solo sentiti via radio, poi sempre in mezzo a loro, entrai nella sala radio della grafia*. Che delusione! Ma come, quei muri dall’intonaco rappezzato quelle lavagne, e quelle scrivanie che avevano visto tempi migliori, quella era Romaradio? Tante scrivanie, tanti operatori, qualcuno urlava un nominativo radio, un senso di abbandono regnava su tutto, come se avessero steso un velo grigio che attenuava il contrasto dei colori di quella sala. Anche i movimenti degli operatori mi parvero rallentati, come se si muovessero con sforzo in un ambiente dall’aria troppa densa. Mi fecero sedere su una delle due 8* accanto ad uno spilungone magro magro, un certo Claudio Davanzo. Un triestino, dedussi dall’accento, mentre mi spiegava brevemente il funzionamento dei vari tasti che avevo davanti e che dovevo pigiare per togliere la circolare* e poter trasmettere.

Poi mi spiegò i comandi fondamentali del ricevitore Collins. Misi la cuffia in testa e girai la manopola della sintonia nella banda dove le navi effettuavano la chiamata. Mi pare da 8362 a 8368 Kc/s ma non ne sono sicuro. Un caos di chiamate che si accavallavano l’un l’altra, parecchie erano per IAR (Romaradio).

Fermai la sintonia del ricevitore su una chiamata, abbassai il pulsante che subito si illuminò e trasmisi il classico DE*. Risposi alla nave trasmettendo con il tasto il nominativo radio IAR. Quante volte ero stato al posto della nave e quante volte avevo chiamato IAR sperando in una risposta. Questa volta ero io Romaradio. Adesso IAR era diventato il mio nome. Non c’era più nulla intorno a me. Quali muri scrostati, quale stato di abbandono? C’eravamo solo la nave ed io. Proiettavo tutto me stesso sulla nota che sentivo, sulla manipolazione del mio corrispondente e ne ricevevo sensazioni. Era lui ed il suo trasmettitore infatti che mi informavano sulle condizioni del mare, della nave, del suo stato d’animo. Il bambino che era in me si agitò felice, felice come solo un bambino spensierato può esserlo. Quando il collegamento con la nave terminò, mi guardai intorno, fu solo un momento, perché altre navi chiamavano. La maggior parte dei miei colleghi non stava con me in sala, anche loro, ognuno per conto proprio, viaggiava, sì viaggiava, esattamente com’era capitato a me un momento prima. Capii improvvisamente quel senso di abbandono, quei movimenti lenti che mi avevano colpito all’entrata. In quella sala radio c’erano solo i corpi dei miei colleghi, la loro anima era sparsa in tutti i mari del mondo e la mia, per la prima volta, si proiettava attraverso le immense antenne trasmittenti di Romaradio dappertutto. Neanche da ragazzo avevo immaginato questo, la mia fantasia non era riuscita ad immedesimarsi fino a quel punto. La realtà aveva superato la fantasia.

In seguito conobbi tutti gli altri colleghi. Eravamo più di cento e con i turni differenti a volte non ci vedevamo che in occasioni particolari. Ognuno con la sua storia, la sua esperienza, ma tutti estremamente capaci nel lavoro. C’erano molti ex militari, di solito quelli un po’ più anziani, ma anche qualche postale (li chiamavamo così quelli che non venivano dal mare), inevitabilmente, tutti molto bravi. C’era chi preferiva lavorare in fonia*, e chi invece era amante della grafia, ma per lo più si ruotava abbastanza spesso, così da alternare e vivacizzare il lavoro. Ricordo l’incontro con “Totonno”. Quando si presentò, stringendomi la mano e dandomi il benvenuto, sentii subito un brivido. Era lui! Si non potevo sbagliare. Quella voce profonda, un po’ baritonale era quella che sentivo sia a bordo, sia a casa da ragazzo. Era lui che registrava la circolare della stazione radio: - Qui Roma radio servizio radiotelefonico marittimo, emissione effettuata per la sintonia dei ricevitori di bordo - Antonio Difolco. Credo che chiunque lo abbia sentito, avesse la mia stessa curiosità di poterlo conoscere, ormai era diventato un mito. Un grande professionista, con una grande esperienza effettuata anche sulle navi passeggeri, era veramente in gamba.

Un capo turno che dava sicurezza specialmente in fonia per la sua capacità di risolvere sempre ogni situazione. Non mi è possibile scrivere qualcosa su ognuno degli operatori che ho conosciuto a Romaradio, non perché non abbia argomenti da citare o da rendere noti, ma perché dovrei scrivere un capitolo su ognuno di loro e sarebbe veramente troppo. Li ricordo tutti, proprio tutti, anche quelli che al mio arrivo, dopo pochissimo tempo se ne andarono in pensione.


Le postazioni di ROMARADIO

Ogni tanto, di rado in realtà, si riesce a combinare un incontro fra tutti gli operatori di Romaradio. La classica abbuffata in un ristorante. Ed allora vengono fuori certi personaggi che erano già in pensione parecchi anni prima del mio arrivo. Anche loro operatori di Romaradio, ma di una Romaradio che non conoscevo. Dai loro racconti, mi sembrava incredibile che parlassero della mia IAR. In effetti in tanti anni il Centro è cambiato molto. Io posso raccontare la mia esperienza di solo dieci anni. E’come descrivere la vita di un uomo raccontando solo un breve arco di tempo invece che tutta la sua vita. Devo dire però che tutti sono concordi nel ritenere che Romaradio, man mano che il tempo passava, diventava sempre meno attiva, meno professionale. Il rigore che i dirigenti ex R.T. imponevano al personale sia per il servizio stesso, sia per i rapporti interpersonali, non aveva eguale con i dirigenti che condussero Romaradio dopo il 1975. Questi ultimi furono, ed ancora oggi lo sono, tutti “postali”, ingegneri o periti in telecomunicazioni ma, non radiotelegrafisti e questo ha influito molto sulla “qualità” della stazione radio. Negli anni ottanta poi, con l’avvento di altri servizi, venne assunto del personale che non conosceva neanche l’alfabeto morse e che fu applicato in tutti i servizi dove non era indispensabile la conoscenza specifica di tale materia. Così facendo il personale R.T. veniva segregato solo in sala grafia, non ruotando più negli altri servizi. I dirigenti del Ministero avevano di fatto già cancellato la figura del radiotelegrafista, ormai obsoleta per loro, non rendendosi conto che l’esperienza specifica dell’operatore nel settore delle radiotelecomunicazioni, a prescindere dal mezzo usato, era di vitale importanza per una stazione radio che si rispetti. Era veramente desolante farsi da parte e cedere il proprio posto di lavoro al nuovo personale assunto. Naturalmente prima dovevamo istruirlo. Ma come si può insegnare in pochi giorni l’esperienza di tanti anni? E la procedura del servizio mobile marittimo? I corrispondenti sulle navi erano pur sempre radiotelegrafisti. Chissà quante risate amare avranno fatto per gli strafalcioni commessi dal nuovo personale di Romaradio

Ma com’era e come funzionava Romaradio negli anni settanta-ottanta? Innanzi tutto, l’origine: dopo la seconda guerra mondiale, si rese necessario sostituire il Centro Radio di Coltano, distrutto a seguito di eventi bellici. Ufficialmente la sua attività ebbe inizio nel 1954 con la denominazione di Stazione Radio Costiera P.T. Romaradio. Il Centro era strutturato con:
Una stazione radioricevente in località Tor San Giovanni e una stazione radiotrasmittente in località Prato Smeraldo. I due reparti distavano fra loro circa 30 Km. In seguito è stata potenziata la sezione trasmittente con la costruzione di un’altra stazione radiotrasmittente in località di Castel di Decima. La stazione costiera di Roma, svolgeva il servizio radio mobile marittimo con stazioni radio installate a bordo di navi ai fini dello scambio di telegrammi, di conversazioni telefoniche, telex, tra utenti a terra ed a bordo delle navi stesse, in navigazione nei mari di tutto il mondo. Assicurava anche il servizio per la sicurezza della navigazione e per la salvaguardia della vita umana in mare in un raggio di trecento-cinquecento Km. circa dalla costa. Nel servizio era compresa anche la trasmissione dei bollettini meteorologici, degli avvisi di burrasca e degli avvisi ai naviganti.

Ci sarebbe ancora da dire molto sui cambiamenti e sviluppi successivi che furono apportati alla stazione. Credo sarebbe inutile continuare con la descrizione tecnica della stazione in quegli anni. Infatti, in tutta la mia permanenza, almeno per quanto riguarda la stazione ricevente, è sempre stato un cantiere aperto, un lavoro continuo di modifiche e aggiornamenti tecnici che in realtà complicava parecchio la vita a noi semplici operatori radio. Quello che ricordo più volentieri era il servizio mensa. Era svolto proprio a carattere familiare e molto spesso eravamo proprio noi che sceglievamo il menù del giorno. Lo sceglievamo per acclamazione trascinati dalla voglia del momento. Poi, ricordo le passeggiate, che riuscivamo a fare durante i periodi di intervallo nel parco che avevamo a disposizione. Durante la buona stagione facevamo spesso visita ai vari alberi di fichi e qualcuno riusciva spesso a rifornirsi di funghi prataioli. Qualche volta, una semplice passeggiata in mezzo ai pini, divenuti altissimi, piantati al di qua e al di là del viale che dal cancello principale andava alla stazione radio.

Un oasi in mezzo alla città che si avvicinava sempre più a noi, con le sue borgate, man mano che gli anni passavano.

Una volta, avendo più tempo a disposizione, riuscii ad arrivare ai cosiddetti magazzini. C’erano per terra, abbandonate e coperte d’erba, varie apparecchiature in disuso da parecchio tempo. Strumentazioni gigantesche inserite in pannelli che erano veri e propri armadi. Una desolazione! Ero consapevole che quella roba fosse ormai soltanto vecchia ferraglia arrugginita, eppure fui preso dalla malinconia. Giravo fra quei rottami, cercando di non cadere e farmi male, sollevando interruttori, condensatori, e altre parti che si erano staccate da quegli apparati. Non potevo non pensare a quanto lavoro avevano prodotto ai loro tempi. Premevo bottoni, ruotavo manopole, tutta roba massiccia, pesante, costruita per durare a lungo nel tempo ed invece, eccola qui, non vinta dall’usura, non vinta dal tempo, ma semplicemente dalla tecnologia. Già, proprio la stessa tecnologia che alla fine ha vinto tutte le stazioni radio costiere del mondo.
Ormai quasi tutte le stazioni hanno chiuso. Non esistono semplicemente più. Non c’è più bisogno della loro opera. Si è vero Romaradio è ancora in aria, lancia addirittura il meteo in grafia, unica stazione sul Mediterraneo. I suoi apparati sono tutti computerizzati, ora c’è il satellite come protagonista. Si effettua ancora qualche radiotelefonata ma, sinceramente di Romaradio è rimasto soltanto il nominativo radio: IAR.
I suoni che quelle tre lettere producono, quando si ascoltano nel codice Morse, fa ancor oggi venire la pelle d’oca a tanta gente con i capelli grigi, e la pelle che sa ancora di sale. Gente che ha avuto la fortuna di essere indispensabile, in un periodo della storia dell’umanità, in cui quei suoni si intrecciavano nell’etere di tutto il mondo portando notizie, informazioni, sviluppo, vita. Tutti noi che abbiamo lavorato nelle stazioni radio, sia di mare che di terra, abbiamo ricordi incancellabili che niente e nessuno potrà mai portarci via. La sensazione di cavalcare le onde radio e raggiungere, con i nostri sensi, tutte le destinazioni. Spostarsi, quasi con la velocità del pensiero, da un continente all’altro. Certo, solo in maniera virtuale ma, qual'è la vera realtà? A volte i sogni diventano realtà e la realtà diventa sogno. Quello che in fondo rimane nella vita, sono solo le sensazioni che si provano, tutto il resto passa, invecchia e poi….. muore.

Per chi ne vuol sapere di più
La stazione di Romaradio assicurava un servizio continuativo di ventiquattro ore, anche nei giorni festivi, e rivestiva inoltre, le funzioni di stazione coordinatrice nei riguardi delle altre stazioni costiere italiane, con le quali era collegata con un sistema telex in circolare. Negli anni ’70-‘80 le unità applicate erano centottanta con varie specializzazioni. Centodieci impiegate nel settore del traffico radiomarittimo, cinquanta nel settore tecnico per l’esercizio e la manutenzione degli impianti e degli apparati ricetrasmittenti e venti nel settore amministrativo-contabile per il personale, per i materiali ed il traffico radiotelegrafico, radiotelefonico e radiotelex. Gli operatori addetti al traffico radiomarittimo, venivano distribuiti in turni lavorativi di sei ore in numero di venticinque o trenta unità per singolo turno, nonché in un turno notturno della durata di otto ore in numero di otto o dieci unità applicate.
Romaradio operava in radiotelegrafia sia in MF sia in HF (onde medie, onde Corte)
Nella banda di frequenza MF, effettuava l’ascolto sulla frequenza di 500 Kc/s ai fini della salvaguardia della vita umana in mare e per l’espletamento del traffico radiotelegrafico commerciale, trasmettendo in tal caso sulla frequenza di lavoro* 516 Kc/s.
Nella gamma di frequenze HF, la stazione costiera disponeva di undici posti di operatore, di cui otto normalmente in funzione.
Romaradio effettuava ascolti sulle bande di 4, 6, 8, 12, 16 e 22 MHz. Per il servizio venivano utilizzati dodici radiotrasmettitori, di cui nove simultaneamente in aria.
Negli intervalli del traffico, le frequenze di lavoro rimanevano comunque attive con una circolare che avvisava gli utenti degli ascolti aperti. In trasmissione venivano utilizzate antenne omnidirezionali, mentre in ricezione, antenne direttive rombiche. Le liste del traffico giacente erano trasmesse sulle frequenze di lancio alle ore/GMT* 01.30 - 04.00 - 09.00 - 12.00 - 14.00 - 18.00 - 21.00.
Negli ultimi anni ’70, la media annuale del traffico è stata di circa duecentocinquantamila radiotelegrammi contabilizzati e di quaranta-cinquantamila radiotelegrammi con qualifica POST-MARE*. Questa media si è mantenuta costante nonostante la crisi dell’armamento navale, dei noli marittimi e dell’orientamento verso altri servizi, quali la radiotelefonia ed il radio-telex. Quest’ultimo servizio, in quegli anni, era una istituzione recentissima. Infatti dopo una lunga fase sperimentale, a seguito della quale è emersa la necessità di dotare i terminali degli appositi impianti nelle stazioni a terra e a bordo di navi, di opportuni sistemi di correzione di errore. L’utente telex nazionale si poteva collegare con le navi dotate di tale impianto, selezionando il numero 196, corrispondente al numero di accettazione di Romaradio. In seguito il servizio radio-telex si espanse enormemente, tanto che alcune società petrolifere avevano un collegamento continuativo con le loro navi H24.
In radiotelefonia, la stazione operava sia in VHF, sia in HF. (onde metriche, onde corte)
In V.H.F. Romaradio effettuava, l’ascolto continuo sul canale 16 ed il traffico commerciale lo svolgeva sul canale 25, sul quale venivano lanciati anche i bollettini meteorologici alle ore 01.35 - 07.35 - 13.35 - 19.35. Disponeva di due complessi ricetrasmittenti (scorta compresa) sia sul canale 16 che sul canale 25, e di un terminale telefonico.
In H.F. il servizio radiotelefonico adoperava sei terminali telefonici per altrettante conversazioni simultanee con procedura semiautomatica o manuale. Il servizio si avvaleva di nove radiotrasmettitori, sei dei quali operavano su altrettante antenne direttive a larga banda del tipo logaritmo-periodico rotativo.
Negli ultimi anni della mia permanenza a Romaradio, la stazione ha subito una trasformazione totale. Gli interni, e quindi anche l’ingresso in marmo verde alpino, furono sostituiti dal granito, sparì il plastico e il busto di Guglielmo Marconi fu spostato in modo che un eventuale visitatore non lo vedesse più (chissà perché). La sala fonia fu costruita ex novo e sinceramente era proprio piacevole lavorare in un ambiente moderno e ben attrezzato tecnicamente. Purtroppo chiusero la mensa ed il bar interno. Ma i cambiamenti continuano ancor oggi e tutti aspettano da un momento all’altro l’ultimo e più definitivo cambiamento:
la chiusura totale.
Dopo Genova, Trieste, Napoli, Cagliari e moltissime altre stazioni radio minori, Roma è l’unica, in Italia, che ancora fa sentire la sua voce, una voce solitaria che urla con tutta la sua forza : qui Romaradio…… qui Romaradio …... ma, nessuno l’ascolta, nessuno la sente, nessuno risponde. Dalle antenne trasmittenti le onde si propagano in tutto il mondo, su tutti i mari e quando incontrano una nave in navigazione cercano di entrare e mettersi in contatto con l’operatore radiotelegrafista di bordo, come hanno sempre fatto. Non si rendono conto che è tutto inutile. A bordo delle navi ormai il marconista non c’è più. Al suo posto hanno installato una macchina automatica con una tastiera e qualche bottone. Una macchina sorda alle chiamate tradizionali di Romaradio, preposta soltanto alle aride e asettiche comunicazioni spaziali via satellite.

Natale Pappalardo/IZØDDD - I.N.O.RC. n. 374


Grafia: Telegrafia
8: 8 Mhz banda di lavoro
Circolare: Trasmissione continua con l’indicativo di IAR e le frequenze in aria
De: Risposta alla chiamata non ufficiale in grafia
Lavoro: Frequenza assegnata alla stazione per il traffico commerciale
GMT Ora internazionale meridiano zero
Post – Mare Messaggi di posizione delle navi italiane mercantili sopra le 5000 tonnellate